ALBERI

albero originario

C'erano gli anni degli alberi veri. Li portavano da boschi magici, dove le fate erano un agitarsi di foglie, gli assassini si nascondevano, i lupi ululavano di trasformazioni notturne. Da lì venivano i nostri alberi incantati, tanto alti da piegare la punta contro il soffitto, e rami larghi che frugavano ovunque, e un odore di resina imprigionata e aghi che riempiva la casa.
Avevamo palline di vetro soffiato, delicatissime, decorate con tocchi di penello e di polso. Le più preziose avevano una scatola speciale e un incarto di veline spumose: quella con la sacra famiglia, quella con l'arpa dalle corde d'oro, quella del cervo, quella dell'angelo corrucciato.
Restavano a dondolare, mentre l'abete, severo, scuoteva pian piano il capo di disapprovazione, e gli aghi cadevano, e la resina copriva l'odore dei canditi e del vino cotto.
Non vedevamo mai quando l'albero veniva portato via, al suo destino di scheletro, con ancora addosso, appiccicoso, uno strato inutile di magia.

Abbiamo avuto anni senza alberi. Addobbavamo qualsiasi cosa: pali, soffitti, pareti, cappelli. Ridevamo del Natale e degli angeli con le arpe d'oro crocifissi sugli abeti. Cercavamo l'altra faccia delle cose, di lana, di corda, di legno, di fumo. La palline dormivano il loro sonno di vetro soffiato, noi ci allontanavamo per altre strade, i boschi respiravano respiri profondi.

Poi, abbiamo avuto gli anni degli alberi finti. Ci siamo convinti che avremmo aiutato boschi, lupi e angeli. Ci saremmo risparmiati l'agonia di resina e aghi, il sogno di linfa e acqua che moriva sul pavimento del tinello.
Avevamo bambini e palline di plastica, decorazioni di poliestere macramé, di lurex, di policarbonato angelico. Doppi e tripli giri di domopak metalizzato rosso e verde. 565 luci intermittenti collegate al computer di bordo, con chip sonori a tre ottave.
Si potevano vedere, nella loro gloria di watt, attraverso i riquadri delle finestre: una pulsazione aritmica ma armonica animava i condomini, i quartieri, sistole e diastole nei sette colori dell'iride. La città era un led luminoso sulla punta dell'isola, l'isola un led luminoso nell'occhio del continente, il continente un led luminoso nel vasto pc personale di dio.

Sono, forse, tornati gli anni degli alberi veri.
In quest'anno addobbato a lutto è spuntato un abete piccolo e tenace, con aghi aggressivi e resina d'altri tempi. Gli abbiamo affidato forme di legno, lana, corda e cotone. Pensieri d'angelo a forma di stella, corde d'arpa, ghirlande di pane.

Chiamiamo anche così l'assente, gli assenti: il bosco, gli angeli, gli anni veri e finti, chi se n'è andato.

ALBERIultima modifica: 2004-12-23T20:43:47+01:00da manginobrioches
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8 pensieri su “ALBERI

  1. Gli alberi sono allineati come fantaccini, ognuno di loro ha un nome, un volto, e ci parla di una lacrima, di un paradiso, di un inverno, di una dimenticanza. Sono gli alberi di ieri – alberi come anni che si rincorrono – anche più verdi di quelli di oggi e di domani. Ma la resina d’altri tempi, quella dell’albero originario, riesce ancora a riempire di magia i nostri polpastrelli che l’accarezzano. Adesso. Grazie per le tue storie che tanto combaciano con le nostre storie. Grazie per i tuoi racconti di aghi tenaci e di abeti infiniti, coricati come un otto fra i numeri delle stagioni che abbiamo attraversato. Un bacio. (Brandon)

  2. Stanotte non riesco a prendere sonno e così, dopo un primo tentativo andato a vuoto, sono tornato a leggere. Mi fa piacere ritrovarti, ritrovare le tue parole, il tuo mondo, i tuoi ricordi raccontati. Sono belli anche se pesanti come macigni in questi giorni. Restano belli, come i ricordi delle persone che si è amato, come i loro gesti e il loro profumo. Buona notte Brioche. Trespolo.

  3. Sei stata capace di farmelo risentire, quell’odore, Brio’. Forte. Penetrante. Capace di risalire le narici fino ai seni e lì, insinuante e colloso, fermarsi e stare. Per ore. Per giorni. L’odore dell’abete, l’odore del Natale. L’avevo dimenticato. L’ultima volta che emerse tra i pensieri fu molti anni fa, davanti all’Egeo che restituiva i riflessi d’oro del mezzogiorno. Ero seduto all’ombra di un gelso, a uno sgangherato tavolino di una taverna su una piccola isola, gli occhi a fessura fissi sulla linea di luce vaga dell’orizzonte , dove il mare e il cielo consumavano il loro amplesso eterno, tra le risate silenziose di un sole pronubo e mezzano. Chiesi da bere. “Tutto ma non Ouzo”, pregai, e mi portarono quel vino fresco, color dell’ambra chiara. La nota che avvertii già versandolo nel bicchiere, mi irritò prima ancora che bevessi. Era incongrua. Stonata. Non aveva niente a che fare con il bianco calcinato delle case, il caldo prepotente, la calma distesa del mare, le basse colline bruciate dalla siccità che circondavano la baia. Quella nota resinosa rimandava piuttosto a inverni lontani, alla penombra fumosa della grande cucina della casa dei nonni, a ciocchi nel camino dai quali si levavano storie e scintille. Quell’odore aromatico e sottilmente invasivo materializzava l’abete che nei giorni del quarto avvento, e solo allora, entrava in casa, per la gioia di noi bambini, che soltanto con l’arrivo dell’albero trasformavamo in certezza la promessa della festa a venire. Un odore che lì, in quel fazzoletto di piazza invasa dal sole, circondata dal mare e guardata a vista dalle sagome di torpidi mulini a vento, non aveva ragione di essere. Fu anche per questo, credo, che quando portai il bicchiere di retsina alle labbra, lo scostai subito, con un moto di disgusto. Quell’odore, quel sapore erano fuori luogo e fuori tempo. O forse ero io, a esserlo, come molto spesso mi accade. Da allora, sono passati ormai molti anni e molte altre estati e molti Natali. Senza odori né sapori. Tanto che quel sentore di resina l’avevo perduto. O almeno così credevo, prima di ritrovarlo nelle tue righe e dentro di me. Evochi ricordi e suggestioni, Briò, sul filo di una malinconia struggente e comunque vitale, che vorresti sciogliere e disperdere in un abbraccio o in uno sguardo. Ed è anche per questo, forse, che sento di doverti una confessione: a me ogni tanto accade di non pensare, ma di essere in qualche modo “pensato dai pensieri”. Sono certo che mi intendi e che non ti sorprenderai più di tanto, se ti dico che lungo tutto questo triste e piovoso dicembre “sono stato pensato” a lungo dal pensiero di te. Un bacio e un abbraccio forte. Per sciogliere la malinconia…

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