LA VEGLIA

il corpo tra i mondi, gigantesco


La notte era un tamburo profondo nel ventre della montagna. Rimbombava, cava e oscura, fino al giro spezzato dei crinali, agli angoli crudeli delle stelle, al filare di castagni che gemevano nella presa dell'inverno.
La notte aveva il suo centro gelido e il suo centro infuocato: il braciere ai piedi del morto, nella camera della veglia.
I vivi andavano e venivano, inalando carbone, piangendo lacrime, bevendo anisetta, reggendo berretti tra le mani, coprendosi con veli neri. Andavano da un centro all'altro, scaldandosi le mani gelide sopra il mucchio delle braci, alitando un vapore che si ghiacciava subito, quando guardavano il morto immobile, che studiava la sua morte, e la imparava in fretta, sprofondando lentamente nel suo mare.

Tutti gli specchi della casa erano stati velati, perché la morte non potesse guardarsi, e lei si aggirava da una stanza all'altra, ansiosa, incrociando i passi dei vivi che senza saperlo guardavano verso l'alba. Loro si scostavano, quando avvertivano i fili tirati attraverso la stanza, il gelo e la brina che s'infilavano nella trama dell'aria.
Dall'uomo morto scorreva la morte, che avrebbe piano piano colmato il mare e se lo sarebbe portato via, come una zattera, come una barca, come un'isola.

La figlia piangeva tutte le sue lacrime, perché voleva che quel mare crescesse più in fretta, lo portasse via.
La figlia piangeva tutte le sue lacrime, perché voleva asciugare le sorgenti del mondo, e lasciare lì per sempre, nella notte di traverso fra i mondi, suo padre.

ps: un grazie a tutti quelli che hanno riconosciuto, nella mia, la loro ferita, e me lo hanno scritto. Le parole non contano niente, ma sono tutto.

LA VEGLIAultima modifica: 2004-12-21T01:06:14+01:00da manginobrioches
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11 pensieri su “LA VEGLIA

  1. hai ragione le parole non sono niente ma sono tutto che un povero blogger, un amico di tastiera ti può dare, il lutto non è un evento, è un nuovo rumore di fondo, unaltra marcia che innesta il nostro viaggio su questa terra, e dopo tutto sembra uguale ma tutto tremendamente diverso…

  2. Dalla luce dalla notte, al buio, alla corruzione del giorno. Il tempo viene ricopiato dal tempo. Ombre lunghe, gettate sull’esistenza da un’esistenza nascosta. Siamo nella valle delle motivazioni perdute. Circondati da divinità sospette. Con un’anima dentro, travestita da destino. Il dolore della notte come dimensione alternativa, come punizione, come trappola per l’io. Come vendetta privata. Le parole, allora, come le tue lacrime, rimangono separate da tutto il resto. Parole diaboliche come un ricordo. E soprattutto inconsistenti come un pensiero. Pronte all’attacco, ma consapevoli del destino di lontananza incolmabile. No, non possiamo competere con la vita. Rincorrerla, sì, la vita. Con qualche parola, appunto. Difenderci dal pensiero col solo pensiero. Custodire piccolissime vittorie del pensiero, spiando i fantasmi sconfitti che se ne vanno. Coperti dalla testa ai piedi di immagini vive come animali, di nevrastenie ammaestrate, di cognizioni copiate, di memorie. Possiamo solo iniziare, una buona volta, il discorso dell’interruzi one. Un serbatoio di naufragi di cui servirsi per mascherare i programmi, per allontanarsi dalle occasioni. E’ questa l’innocenza del dolore. Un abbraccio forte. Un abbraccio forte. Buona giornata dal sempre tuo Brandon.

  3. LA VITA CONTINUA……. ……………. ……………. ……………. …………..”O ggi, con il pane a cinque euro, conviene dargli brioches , come esortava Maria Antonietta.
    Che, a torto, abbiamo sempre considerato una inguaribile snob. “ lo ha scritto quel deficiente di Aldo Grasso , e sì perché per dire castronerie simili bisogna essere deficienti oppure delle salope royal…a proposito, un saluto alla tua fertile amica Giovannona, ricchissima di coprolalìa

  4. C’è stato una volta un uomo che scrisse di non aver veduto morire suo padre. E si lamentò con il Signore perché non gli aveva concesso il tempo di parlare ancora per un po’ con il suo papà. C’è sempre qualcosa che avresti voluto dire a tuo padre. C’è sempre qualcosa che rimane da dire, perché pensi che c’è sempre un brivido di tempo che possa concedertelo. Spesso non c’è. E allora l’uomo scongiurò il Signore di farglielo vedere almeno per un poco, perché egli potesse dirgli un’ultima parola o sorridergli perche gli fosse più lieve il silenzio della morte. Quel figlio pianse inghiottendo parole leggere, domani, tra poco, vedrai. E restò muto per giorni, vide più nulla, per il resto della vita. Semmai, intuì solo un qualche dolore sguarnito che si sfilacciava nella retorica di ricordi altrui. Ma non in quelli di figlio. Decise allora di attorcigliare il dolore a se stesso, con volute di pena che rimandavano ad altre pene, ad altri dolori, finché anch’egli non decise di andarsene tra le braccia di suo figlio, con una lunga tortura che voleva uccidere entrambi. Quel figlio del padre che non vide morire, morì con uno spasimo attonito, incredulo, singultando con una protesta impotente. Il figlio del figlio è questo che ti racconta questo dolore che condivide con il tuo.
    il tuo compagno di banco

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