LO ZUCCHERO DEI MORTI

fragole allegoriche

Il giorno dei morti è di zucchero.


Un'alba apocalittica tinge di giallo cenere il cielo, mentre i venditori di crisantemi si guardano in tralice occupando i marciapiedi, e il cancello del camposanto geme mentre il custode tira il chiavistello.


Il popolo dei vivi allora cammina per le strade dei morti.


Porta corolle, pupe di zucchero, mandorle, lumini. Porta fazzoletti neri, bambini piccoli, preghiere stampate sul retro, cesti, bidoni d'acqua. Porta frutta martorana dai colori vivaci ma dall'unica polpa pallida che s'attacca maligna ai denti: è un dolce moralista e allegorico, finto e dipinto, d'allegria falsa come la risata dei morti. Un dolce che nasconde le mandorle, nasconde lo zucchero,  nasconde – nell'apparente varietà e imitazione delle cose del mondo – la sostanziale pallida uguaglianza che portiamo nelle ossa.


Poi, di notte, è il popolo dei morti che cammina per le strade dei vivi.


Con le scarpe di seta, il collo sottile come fumo, buchi pieni di lacrime al posto degli occhi. Hanno un ordine preciso: "vanno prima coloro che morirono di morte naturale, poi i giustiziati, indi i disgraziati, cioè i morti per disgrazia loro incolta, i morti di subito, cioè repentinamente, e via di questo passo"…


Via via che la morte s'assottiglia, sorprende il corpo con più violenza, allora il morto è meno morto, ancora pieno d'una sorpresa che rassomiglia alla vita.


E camminano in quell'ordine, lasciando un tenue odore di petali e rame, un leggero suono di cristalli nell'aria, un malessere che fa ululare i cani.


Portano anche loro doni di zucchero, e li lasciano nelle scarpe dei bambini.


Lo zucchero è la via sottile e bianca lungo la quale i due popoli s'incrociano, senza potersi vedere, sentendo una trafittura al posto degli occhi, sfiorandosi con un brivido che somiglia al solletico, al vento, all'amaro dello zucchero in bocca.

LO ZUCCHERO DEI MORTIultima modifica: 2004-11-02T02:53:03+01:00da manginobrioches
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11 pensieri su “LO ZUCCHERO DEI MORTI

  1. Ore 9.30. Che cos’è che mettono in scena? Lo Zucchero dei morti. Ah, bene, non l’ho ancora visto. E’ meglio che mi affretti e trovi un posto… Mi sono seduto in poltrona, ho visto sollevare il sipario. E ho cominciato ad assistere al disvelamento d’un universo lontano. E’ come se tu indugiassi – come Beethoven nell’attacco della Nona – su quinte vuote, poi, in pianissimo, su una terza mancante… una sensazione di attesa, subito appagata da un risveglio alla vita, perché quello che ci regali è la vigorosa (e coraggiosa) affermazione di un tema fuso all’interno di una tonalità ben definita: tu suoni, noi ascoltiamo. Estasiati. (buongiorno dal tuo colonnello)

  2. oggi ho sentito che un totem all’ingresso del cimitero stampa dettagliate mappe per recarsi alla sepoltura del caro estinto.
    poi che un comune ha messo online il cimitero, corredandolo di link a venditori di lumini virtuali, a siti di preghiera e di arredo funebre.
    dice la signora con la lunga falce che quella non la cambia, perchè su e-bay non ce ne sono di migliori.
    allora l’unica è affogarsi di panelle e crocchè, di cannoli e frutta martorana, sarà contento anche il dentista.
    ciao,antonio. (ps: spedita oggi…)

  3. Quel dolce che nasconde la “sostanziale pallida uguaglianza che portiamo nelle ossa” è un bel pugno nello stomaco. Le tue parole scivolano liquide, senza una sola goccia che si sprechi. E questo non è un commento, è semplicemente l’ennesima constatazione della tua altissima e preziosa poesia. Nerudiana, ti ripeto. Nerudiana. Quante volte te l’ho detto?
    Ciao, a domani. Il tuo compagno di banco

  4. Racconta il saggio Han-Ghin-Go, dopo che Halyo gli ha raccontato certe sue pene segrete:
    “Ricordo, caro discepolo, d’aver sentito di uno che aveva visto in campagna un maiale con una gamba di legno. La storia è questa: una famiglia di mezzadri della regione di Vei-San ne aveva comprato uno per mangiarselo per la ricorrenza del Pai Te, ma il porcello era intelligente e tenero, e gli si affezionarono: lo chiamarono Feng Hsien.
    L‘animale cominciò a ritenersi un membro della famiglia, e lo era, a tutti gli effetti: tanto è vero che giocava spensierato insieme ai bambini, che lo consideravano uno di loro, e sovente le sue grida festose erano indistinguibili da quelle degli allegri marmocchi.
    Però implacabile ad un certo punto giunse la Sacra Festività.
    Che fare? I nostri contadini (che erano contadini, e non potevano concepire un cattivo affare) nonostante che oramai volessero bene a Feng Hsien, decisero che se lo sarebbero mangiato, ma solo un pezzo per volta, anno per anno: in maniera tale da poter conservare a lungo il suo affetto.
    Cosicchè avevano cominciato dalla gamba, ottenendone un ottimo prosciuttino, e l’avevano sostituita pietosamente con una di legno”.

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