GANGS OF GROUND ZERO

Insomma, ora ce lo hanno pure raccontato, come tutta New York sorga su uno sterminato Ground Zero: terriccio innaffiato di sangue. Ma forse non è solo New York, o lo è in quanto sineddoche inevitabile (non è l’omphalos della Terra?): forse non siamo mai usciti dall’orda primitiva, e – malgrado i travestimenti della cultura, della legge e del diritto – siamo sempre lì a farci la guerra con le mazze chiodate e le selci scheggiate, il volto cosparso di fango e di sangue. Questo mi ha detto, in quasi tre ore di pugni allo stomaco, Gangs of New York, il film di Scorsese che stanotte in qualche modo entrerà nei miei sogni.
Sognerò i cinque minuti iniziali di battaglia primordiale, quando i “Conigli morti” escono dal sottosuolo – le viscere delle fabbriche sono caverne, sappiatelo, e continuiamo ad abitarle – e affrontano i “Nativi” nel campo di neve. Quelli prima dello scontro sono gli unici momenti in cui la dominante non sia il rossosangue: l’unico bianco – che non è puro – l’unica quiete – che non è riposo – l’unico silenzio – che non è pace.

New York, e dunque la Terra, è stata seminata a sangue: cosa possiamo mai aspettarci? Esiste solo la violenza originaria, e poi i trucchi della cultura per chiamarla altrimenti: la legge – apprendiamo attraverso le figure del politico mestatore, del poliziotto delinquente, dei pompieri squadristi – non è che un altro nome della stessa scorciatoia sacra, il rumore dello stesso calcio che spalanca la porta sullo spiazzo della battaglia. Esistono solo il gruppo, l’orda, e la sua appartenenza. E – dentro – padri e figli, Crono e Saturno, non fanno che divorarsi lagrimando.

Il rumore della storia – qualsiasi storia: qui quella di New York e dell’America dell’Ottocento, in cui i primi arrivati vorrebbero sbarrare la strada agli ultimi arrivati – è quello dei corpi che si incidono, si spaccano, si lacerano e cadono. L’ingranaggio della storia è nell’andirivieni ininterrotto sulla nave dei soldati: agnelli arruolati che salgono – la coperta arrotolata sulle spalle – e bare che scendono. Non si ferma, l’ingranaggio: divora carne umana, e la trova saporita. E Gangs of New York è infatti un film di carni e sangue, di cicatrici e unghie sporche: il protagonista, straordinario Daniel Day Lewis, si chiama “il macellaio”, ha un sorriso scintillante come il volo di una mannaia, un’indole da assassino consapevole che affascina e sgomenta, un senso dell’anatomia del mondo che vediamo chiaramente quando squarta i suoi maiali, macella con affetto le carni, indistinte, di amici e nemici.

La vita si manifesta nelle cicatrici che attraversano tutti i corpi: gli uomini sono cicatrici sulla pelle del mondo, cheloidi miserabili e amari. L’unico gesto d’amore è quando lei, Cameron Diaz – perfetta mezzosangue, troppo camusa ancora per essere davvero yankee, abbastanza spietata da diventarlo per diritto – bacia le cicatrici di lui, Leonardo Di Caprio – che con la sua faccetta da bambina perversa stavolta gioca bene il ruolo di capretto imbibito di vendetta.
Ma è una pausa illusoria. In tre ore circa non attendetevi alcun momento per riposare: la malvagità sostanziale degli umani – e la trama stretta con cui è possibile tentare di raccontarla – non lascia tregua né spazio. Dalla battaglia iniziale alla battaglia finale – quella delle gangs e quella delle istituzioni sono solo violenze concentriche, misurabili escusivamente in potenza di fuoco – possiamo declinare, negli scenari miserrimi e infiammati (nemmeno un’ombra digitale: forse sarà l’ultimo film di assi chiodate che tengon le quinte…), soltanto i nomi dell’ingiustizia e della paura.

E viene di pensare a tutte le volte che Scorsese ha preso la sfera di vetro che contiene New York e l’ha agitata e capovolta, per veder venire giù i cristalli di neve e di sangue: il suo cinema comunque epico ci aveva già delineato le leggi del branco, in quell'”Età dell’innocenza” il cui protagonista era lo stesso Daniel Day Lewis. Quello che hanno chiamato il suo “occhio etologico” sui gruppi umani ci mostra sempre come non esista alcuna vera differenza: con le piume iridescenti del corteggiamento o col grembiale spoco dell’assassino, giglio chiuso o mannaia lucente, cognac o acqua di fuoco, lui, il newyorkese, l’americano, l’uomo, membro di tribù, membra da fare a pezzi, resta creatura feroce, spietata, irredimibile.
Dunque, in questi giorni di soldatini ed eserciti armati – l’ingranaggio scorre, scorre – i lividi di questo film eccessivo e magniloquente dolgono di più: dovunque mi volti ho paura di vedere il gesto della tribù che si imbratta il volto, prende la mazza e si prepara a mangiare il cuore del nemico, a morsi.

GANGS OF GROUND ZEROultima modifica: 2004-01-04T12:03:18+01:00da manginobrioches
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25 pensieri su “GANGS OF GROUND ZERO

  1. No, non vedrò questo film, non chiamarmi vigliacca, ma non lo vedrò. la prima ragione è puerile: non amo le immagini di sangue, di violenza in genere, la seconda è che voglio fare lo struzzo. l’analisi che tu fai è vera e disperante, ce la ripetiamo ormai nei nostri incubi notturni e non. non ho più forza per pensare così, c’è troppo poco tempo, non voglio sapere.

  2. Ricambio la gentile visita, e i cortesi commenti… Scrivi dannatamente bene, ma come un disperato (o una disperata?), in quest’accezion e del termine – non ironica : che la scrittura è tutto per te, e hai una voglia prepotente (inconscia?) di vita vera, magari di trombate e tutto il resto del repertorio. Lo sforzo, e la riuscita eccellente di quello che scrivi nasce da qui, da questa necessità inderogabile? Ho il sospetto, che è solo un sospetto, che daresti via tutto questo in un attimo, struttura e sovrastruttura; tutta l’architettura della tua scrittura, per un attimo di amore vero.

  3. la tua penna è micidiale, tagliente come mille lame, spietata come la verità, fragorosa come un vulcano in eruzione, affascinante, acuta, aggressiva, impietosa…cos ì eloquente la tua presentazione di questo film di Scorserse e così forti le sensazioni che ne hai riportato…spl endida la lettura di questo maestro che comunque, pur apprezzandolo, non amo per la sua quasi profetica crudezza….E dopo aver letto la tua critica come potrei andare a vedere questo film? Non sono più disposta a restare con il fiato sospeso, ad assistere a scene di violenza portata all’esasperazi one quasi con compiacimento. Sono già sufficentemente dilaniata per sottoporre la mia anima ad altri interventi chirurgici e ti sono grata quindi di avermi rispiarmiato una serata, che avrei interrotto comunque, che avrebbe causato perdita dell’appetito, insonnia, malumore…inso mma di una solenne inca…tura. Un abbraccio e buonanotte.

  4. ecco il muro… tu porta i pennarelli… io cercherò tra i colori che mi sono rimasti. sono stata una specialista quasi quanto tu lo sei con le parole. sento già la fragranza della colazione. ma saprò resistere fino a domattina. Cigno (ho rinunciato a loggarmi in attesa che virgilio risolva i problemi dell’anno nuovo e la smetta di buttarmi fuori)

  5. Grazie per i complimenti, seti molto gentile. Se vuoi il file te lo mando, basta sapere a che indirizzo.

    Parlando di racconti a me piace il tuo stile. Il linguaggio è più ricercato, più curato di quello che uso io. cosa dici, facciamo qualche scambio? 🙂

    The Swordman

  6. come si fa a beffare il dolore?? Non credo ci si riesca al massimo lo possiamo intontire con un pò di canzoni dolci e lasciarci cullare per un breve momento dal sogno, ma poi è il dolore che si fa beffa di noi, tornando a farci sentire piccine e a cercare un pò di illusione in uno vortice di girotondi senza fine…

  7. se vuoi venire con noi sei ancora in tempo. la notte è tanto lunga e ce ne vuole prima che arrivi il momento dei cornetti e delle brioches. son certa di poter trovare un dono speziato da riporre accanto al camino anche per te. altrimenti ti aspetto al muro per imbrattare con i colori di tutto il mondo i nostri dispiaceri

  8. Brioche, devi vedere mooolti più film(s) e recensirne ancora di più di quelli che vedi. E Daniel Day Lewis è semplicemnte straordinario su quello schermo che a malapena riesce a contenere i suoi malefici baffoni nei primi piani. Ma poi, perché il cinema fa pensare alcuni quando molti , tuttosommato, vogliono andare al cinema solo per svagarsi?

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