COLTELLI

Carmosina allineò i coltelli sul legno grasso del tavolo.



Il coltello grande, con la lama che disegnava una curva sinuosa e un manico scuro in cui brillavano due chiodi nazareni, tagliava il dolore.

Incideva – quella lama che aveva un colore di lune, o acque – la superficie, e poi affondava, in un singulto che si trasmetteva da chi tagliava a chi veniva tagliato, vicino, più vicino alla radice del dolore, dove le vie del sangue s’affollavano in un grappolo, come un gelso viola, un embrione pulsante, una manciata d’acini aspri dal filare. Un gesto breve, e il dolore scorreva via, come l’acqua di lisciva dei panni, l’acqua pallida che aveva lavato le fronti dei morti, l’acqua medicinale che gelava la lingua e sanava l’anima.


Il coltello seghettato, lungo e diritto, tagliava la memoria. I suoi denti provvidenziali affondavano nella cera vergine, scavavano solchi perfettamente sterili, aprivano onde di mari immobili. Con quella lama, Carmosina aveva cancellato frasi menzognere e ciglia di velluto scuro, aveva cancellato bugie francesi che galleggiavano blu nell’aria, e un profilo greco che si scolpiva negli occhi come una condanna.



Il coltellino scuro, dalla lama come una lunga goccia d’acciaio, colpiva il cuore. La Vergine teneva stretto quel cuore palpitante, incoronato di vene scure, trafitto da rovi come gioielli, gocciolante un sangue di rubini ch’andavano coagulando sulla veste: l’immagine era al capezzale di Paolo e Carmosina, accanto a un San Sebastiano dagli occhi di traverso nell’agonia, color buccia di mandorla e vecchia porpora. A ogni gemito che s’alzava dal letto quel sangue s’ispessiva. Il suo odore di cerchio di rame e sale crudo prendeva alla gola, a volte, e gli angeli non s’avvicinavano mai al letto padronale.


Il coltello a serramanico tagliava le corde e rendeva liberi. Carmosina aveva personalmente reciso i canapi ai polsi del nonno, perché se ne fuggisse, con le sue pistole d’argento e la sua vasta leggenda. “Libertà è il diritto di non mentire” se ne stava scritto sul muro ai tempi del nonno pistolero e demonio, quando l’amore sapeva di polvere da sparo e tutti i figli avevano occhi di pepe nero. Il nonno era sparito, e di lui restavano pochi biglietti nella sua grafia rotonda e illetterata, e ricordi come polvere nella gola. Ma Carmosina ricordava, come ricordava il coltello. “Le lame non dimenticano nulla” ripeteva, e stringeva la mano e il cuore, e tutti sentivano il filo, di quel coltello.


Il coltello d’argento, piatto, spalmava il burro. Conservato nella sua custodia di velluto, come un neonato esangue sul letto di morte, si copriva di piccole macchie scure, aloni, patine gialle che sembravano irrimediabili. Di tanto in tanto Carmosina lo puliva, e gli parlava come a un bambino riottoso. Quando poteva specchiarsi nella lama, Carmosina faceva un sorriso, che restava, rapido e rosso scuro, come un segreto tra lei e il coltello, e lo riponeva. I tempi del burro sarebbero arrivati, prima o poi.


Infine ne scelse uno e uscì: era la Vigilia di Natale.

COLTELLIultima modifica: 2003-12-26T22:58:46+01:00da manginobrioches
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6 pensieri su “COLTELLI

  1. Quale coltello avrà scelto Carmosina per la vigilia di Natale. Almeno per una sera io avrei scelto il coltello grande, ma temo che lei abbia scelto quello piccolo e scuro.( Brioscina, c’è un regalo per te e Carmosina sul mio blog., non vieni a prenderlo?) ciao, buonanotte

  2. Leggerti è seguire un balletto gitano pieno di ritmo e di malinconia. A volte fa paura come ogni danza tribale così evocativa da spezzarti il cuore, a volte ti intenerisce e vorresti carezzare le mani che lustrano il coltello ed aiutarla a riporlo nel suo fodero blu. E’ musica quella che leggo sul rigo fatto di di strazi e dolori, un adagio con un crescendo virtuoso.

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