LA MORTE VA AI FUNERALI



La Morte era la donna in completo marrone nella quinta fila di banchi. Aveva una riga dura di rossetto e gli occhi di madreperla. Nessuno s’era seduto accanto a lei, forse per quel lieve rumore di tarli che faceva la sua sciarpa, o l’odore irrimediabile di muschio e vecchie fontane che le aleggiava attorno. Carmosina la vide ma fece finta di non conoscerla. Si segnò più volte, facendo a pezzi con i denti una preghiera che suonava come una maledizione. Dall’altare maggiore veniva solo silenzio, d’altronde.
Al posto della divinità c’era un cono esatto di nulla, uno spazio disabitato che ogni volta irritava Carmosina. “Dio ha altro da fare” pensava, sentendo sulla nuca lo sguardo della Morte.

Carmosina aveva sempre percepito Dio come uno dei grandi castagni sul retro della casa: un essere infinito e ospitale, che succhiava succhi profondi e aveva un modo tutto suo di restituire quelle acque e i metalli e i gusci della Terra che gemeva sotto il peso di innumerevoli vite. Non c’era niente, invece, lì.

Più tardi, la Morte era un cespuglio di fiori rossi a forma di spazzola, nel giardino d’una casa di riposo. Lo scirocco faceva saltare i semi piatti e neri sul terreno di sassi. Dalla finestra, una figura sbiadiva nel vapore della sera.

Carmosina passò dal vialetto, le dita e il cuore intirizziti da un presentimento. Lesse il messaggio composto dai semi per terra, vide con una fitta di dolore la sagoma vigile alla finestra, passò oltre. Da tempo aveva smesso di considerare affar suo ogni dolore che incontrava. La Morte la guardava passare, sollevando appena lo sguardo.

Più tardi ancora, la Morte era un cartoccio unto che volava per strada, mentre i ragazzi tornavano alla caserma, la testa sprofondata tra le spalle, la bocca storta di birra tiepida, l’orlo del maglione che sfregava contro i capelli più lunghi sulla nuca. Qualcuno aveva tentato di darle un calcio, e poi s’era bloccato, senza sapere perché.
Stefano assaporava sulla bocca quella stagione d’uomo lontano dalla casa della madre – la città aveva uno splendore irresistibile di tralicci e alluminio e non c’erano chiaroveggenze che lo spaventavano: la realtà, lì, era tutto ciò che accadeva. Per fortuna – e non sapeva nient’altro oltre il suo corpo caldo che non lo tradiva. Nello stesso istante Carmosina chiuse gli occhi, e sentì l’imbroglio che viaggiava per le vene, quando il corpo sembra caldo e incapace di tradimenti, ed era uno degli scherzi preferiti della Morte.

Più tardi, infine, la Morte sarebbe stata il boccone di carne viva che un gatto andava braccando nel cortile dietro il mercato, e lo schizzo di sangue che avrebbe sporcato gli artigli color avorio.


L’indomani, al funerale delle dieci, la Morte avrebbe messo la gonna blu.

LA MORTE VA AI FUNERALIultima modifica: 2003-12-22T09:55:39+01:00da manginobrioches
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8 pensieri su “LA MORTE VA AI FUNERALI

  1. Con sopra un maglione arrossato dal sangue schizzato, sfuggito dagli artigli del gatto nel cortile dietro il mercato. E avrebbe avuto un passo marziale e un sorriso stretto la morte a quel funerale. Bentornata mangino, passata l’influenza? Spero tu stia bene

  2. Risulta evidente, per stile e robustezza, che Carmosina non possa finire in un blog tra mille, ma meriti più notoria e cartacea diffusione. Qualcuno prima o poi si farà avanti per obbligare Carmosina a farsi libro. Gran giorno quello lì. F.to L’Intrinseco

  3. ho tentato di combattere il silenzio parlandogli addosso. il mutismo ed il grigiore mi hanno sufficientement e confortata nelle mie fughe. quando si tratta di me “dio ha sempre un sacco da fare”. ma io non sono carmosina e faccio da me. provvedo. e ti spargo bricioline di panettone dentro gli stralci aperti di brioche senza pensare alle gonne blu. buon natale

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