ACCIDENTI, AMELIE



Che dirvi, che ancora una volta è necessario imboccare l’arcobaleno, seconda stella a destra eccetera eccetera? Che ancora una volta ci si deve incantare e incagliare di fronte a destini di zucchero candito – o chocolat – che ci facciano scordare quanto ferrosa, farraginosa, fangosa sia la realtà? No, nemmeno per sogno, nemmeno per segno.
Non ve lo dico proprio. Giuro sul manuale delle Giovani harrypotter. Vi dico invece che “Il favoloso mondo di Amélie” m’ha dato due orette del miglior buonumore cinematografico che abbia sperimentato da un po’ di tempo a questa parte (altro che signori degli anelli…). E non perché trattasi di favola, e si sa che non c’è laccio che allacci come il famigerato “c’era una volta” (specie se si adombra che potrebbe anche essere un “c’è persino oggi…”). No.



Amélie non è una fatina, anche se ha un incedere alato, vestitini alla melagrana e soavi intenzioni nel labbro superiore (oltre a un’infanzia infelice e leggermente autistica e un caschetto nero che a me suonano molto, molto autobiografici, e dovete capirmi – cosa sarebbe, l’uomo, e peggio la donna, senza autoproiezioni?).

Amélie conosce, come tutti noi, la trama sottilissima e profonda del nostro vivere umano, troppo umano. LEI SA quanto ci sono indispensabili cose come smontare pezzo a pezzo una cassetta degli attrezzi, ripulirla e ridisporre tutto in ordine alfabetico, OPPURE far scoppiare, in sequenze caparbie e inarrestabili, una per una, tutte le palline di plastica di un foglio da imballaggio (uhm, ci sono orgasmi che NON possono competere), OPPURE far volare le pietre piatte a pelo d’acqua e contare i rimbalzi.


Quanto sono distanti i sogni dalle ossessioni? Non sono forse le ossessioni nient’altro che sogni al rallentatore, ed entrambi l’ingegnoso, alacre adattamento con cui cerchiamo di tenere a bada la tigre della vita, addomesticarla, polverizzarla, riducendola a microgesti, microsequenze imbonitrici che proprio riescono a farla sparire – pur vasta e luttuosa com’è – dal campo visivo?

Ecco, Amélie ci racconta – e senza scandalose complicità di colonne sonore psicotrope o affetti speciali – l’incessante lavorìo di sogni e ossessioni che costituisce la polifonia più intima degli umani. Sì, gli umani, che non hanno le orecchie a punta degli elfi e i piedi clamorosi degli hobbit, e annaspano e aprono la bocca continuamente in sillabe senza suono, come fanno i pesci immersi nell’aria, gli occhi ancora pieni di lacrime.



Amélie passa nella vita di alcuni come una polvere sottile e dorata, scoprendo niente altro che quel che sappiamo già – chi di noi non sa cosa si prova a immergere le cinque dita, falange dopo falange, in un sacco di legumi? chi non sa il sollievo voluttuoso con cui accogliamo il croc dell’articolazione che si arrende quando pigiamo sulle nocche? – e solo provando, nel suo modo alato e stralunato, ad andare in fondo alle ossessioni e/o i sogni altrui (quando il sogno diventa ossessione? è nato prima l’uovo o la gallina?). I mezzi sono semplici: basta fabbricare lettere d’amore false, spedire nani di gesso a fare il giro del mondo e scrivere a casa, cercare a forza di foto strappate e ricomposte e messaggi coi pennarelli (il mondo di Amélie non ha telefonini, non ancora o non più) un’anima così gemella che allo specchio non la si vedrebbe nemmeno.



Tanto, la realtà ne fa continuamente, di queste cose: ci consegna lettere con trent’anni di ritardo, ci divide e ci mescola tutti i giorni. Perché non darle una mano, ma con gli strumenti sovversivi della fantasia, della parola, dell’effrazione di domicilio e d’ossessione, dell’amore cercato con ostinazione?



Non tutte le magie di Amélie riescono col buco: alcune ossessioni sono impenetrabili, alcuni corpi restano opachi, alcuni fantasmi si rivelano solo addetti alla manutenzione. Fa nulla. La vita è anche il volo di mosca che lega tra loro eventi difformi, non accostabili, sogni che si sbriciolano in ossessioni, ossessioni che si cagliano in sogni, e il ricciolo di senso che – impenitenti – riusciamo a vedere pure in quel volo.
La vita è la nostra pervicace volontà di sbagliarla, la vita, la nostra paura che ci fa seppellire nella vita senza nemmeno alzare la testa. Ma pure “Il diritto a fallire la propria vita è inalienabile” dice uno dei protagonisti: lui, per sopravvivere alla sua propria fragilità – lo chiamano “l’uomo di vetro” perché le sue ossa si rompono di continuo, e non so immaginare metafora migliore – ridipinge ogni anno lo stesso quadro di Renoir, e ogni anno investiga il mistero di quella composizione di gesti che gli appare sempre, ostinatamente, una composizione di solitudini.

E questo sì che è crudo realismo, accidenti.

ACCIDENTI, AMELIEultima modifica: 2003-12-18T10:16:54+01:00da manginobrioches
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14 pensieri su “ACCIDENTI, AMELIE

  1. Credo che alla fine l’arte sia questo, anche la proiezioni di noi stessi all’interno dell’opera. E c’è molto di te nella descrizione di questo film, nel senso molto di quello che la tua fantasia ci ha scovato. Io ti dovessi dire l’ho trovato carino ma stucchevole… ma non sono fantasiosa come te. Un abbraccio, Ale

  2. Io avrei invece un aggettivo che riassume il film: stucchevole; stucchevole la mania di primo piano sul volto dell’attrice, stucchevole il suo sorrisetto, stucchevole l’insistenza sull’importanz a e la magia delle cose semplici, stucchevole il buonismo che pervade personaggio e storia, stucchevole persino Parigi su cui incombe l’ombra disneyana del parco-horror costruito tra mille polemiche inascoltate dei parigini, stucchevole l’uso dei colori e delle luci, stucchevole e banale la rievocazione di renoir. Stucchevole tutto. Eppure non cambierei una virgola di quello che tu hai scritto. Solo che io vedo l’altra faccia della medaglia.

  3. passavo per un salutino e mi sono incantata nel tuo modo di vedere Amelie, l’immagine dell’uomo di vetro, soprattutto mi appartiene, quali sono i sentimenti di un uomo di vetro? Mi piacerebbe saperlo,… saranno di vetro pure quelli? O saranno trasparenti, oppure per controtendenza saranno forti e molto solidi? Chissà!

  4. Non ne ho dispensata molta di fragranza in questi giorni. ma sono maledettamente felice che tu l’abbia sentita ugualmente. sei una donna speciale brioche. in molti sanno parlare ed in tanti sanno ascoltare. tu sei una delle poche che sa fare entrambe le cose.. e con discrezione. vado ad intrecciare una ghirlanda di leggerezza oltremanica, con la segreta speranza di trovare un pò di pace.. sia nel posto in cui andrò, sia in quello in cui starò al mio ritorno. ti abbraccio come con poche persone ho fatto finora

  5. Brioches dove sei? Sei ancora ammalata? Sei partita per le fiji? Sei su un lettone a fare sesso selvaggio? Hai incontrato Cary Grant e te lo vuoi tenere tutto per te? Stai rilassandoti in un centro benessere tra massaggi e oli profumati? Mancano 3 giorni a Natale e volevo mandarteli. Vuol dire che ti scriverò all’indirizzo di posta del blog. Ti voglio virtualmente bene, lo sai no?

  6. A me Amelie ha fatto lo stesso effetto di Edward, quello dellle mani di forbice… li amo tanto, ma sono favole così dolci/amare da far venire il mal di stomaco certe volte. Ecco, tu adesso hai messo a tacere la mia parte destruens, facendomi sentire un po’ nutelloso… attendo il ritorno dell’altra feroce metà per completare il concetto. E, comunque, nelle considerazioni pro Amenlie vogliamo mettere anche l’indescrivibi le bellezza della protagonista?

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