23/11/2004

SEI EURO

una cosa credibile: il cielo porta il rossetto

Oddio.
Eccola, la vecchiaia. Rivedi un film che avevi visto solo alcuni anni fa e t'aveva portata sull'orlo del coma diabetico, e invece oggi che fai? Ti commuovi, approvi, giustifichi. T'appassioni.

Quando vidi "Kate e Leopold" stavo per scrivere alla casa di produzione allegando il mio biglietto: "Ridatemi i miei sei euro".
Perché ci sono cose alle quali, semplicemente, NON puoi credere.
E non mi riferisco ai viaggi nel tempo (lui, Leopold, è un duca fine Ottocento che piomba a New York attraverso una specie di finestra rotta del continuum spaziotemporale, dalle parti di Brooklyn, e ovviamente incontra lei, Kate). Anche perché io personalmente ci credo eccome, ai viaggi nel tempo, e soprattutto non smetto di sperarci: ho una o due cosette da sistemare, dalle parti del liceo.
Comunque non mi riferivo a quello. Il viaggio nel tempo non è meno credibile di una rielezione di Bush, della riduzione delle tasse o dell'esistenza di Bruno Vespa.

Il punto è che non è credibile una vera storia d'amore, sia pure tra una manager postmoderna del terzo millennio, tutta sushi e completini Armani, e il duca post-rivoluzione industriale suddetto, fatto a orologeria per essere incantevole: cavalleresco, strafigo, romantico, CREDIBILE, che scrive PRIMA le sue intenzioni, anzi CE LE HA le sue intenzioni, accidenti.
Uno che prende tempo, che si scusa, che si alza quando una signora entra o esce, che parte a cavallo (bianco) all'inseguimento di uno scippatore e fa star zitto il capufficio mobbizzante di lei parlandogli in francese.


Non è credibile che un uomo - per quanto duca, profugo dell'Ottocento e nemico giurato dei tostapane - ti prepari una cena in terrazza con lumini e violini senza volere niente in cambio.
Non è credibile che un uomo con un eccezionale senso del dovere ti dica che il fast food non è ammissibile perché "non si vive solo di doveri, ma di sapori".

E infatti io non ci credevo.
Ma ora sono vecchia, e non li rivoglio indietro, quei sei euro.



21/11/2004

IO & IO, ovvero IL PUNTO I DELLA RELAZIONE

con gli occhi bene aperti...

Lui sta allacciando i polsini, metterà i gemelli di diamanti e carbone vero - uno dei suoi vezzi postmoderni: preziose non sono le materie, ma l'accostamento che ne facciamo - sulla camicia usata, di seta pervinca con le iniziali di un altro e la giacca su misura.
Di colpo comincia a tremare, il bel viso - solo un poco increspato, cinquant'anni di resistenza al buonsenso lasciano palinsesti non tutti rintracciabili - alterato, la piega del labbro contratta, le ombre sotto gli occhi più intense.

Lei - che si sta preparando nella stanza accanto - molla le ruches dell'orlo e corre da lui: "Cosa c'è?". Millenni di istinto materno vibrano nella sua voce. Il luccicare del gloss metropolitano non oscura lo schema dell'istinto che le si disegna sul volto.

"Non posso farcela" fa lui, china la testa, uno dei gemelli rotola a terra, si perde nella moquette a pelo lungo.
"Ma cosa dici - protesta lei - sei un genio, un artista, non sarà un cazzo di sovrintendente a metterti in difficoltà". Intanto gli passa delicatamente la mano tra i capelli: non sembra nemmeno che abbia le unghie di tre centimetri, rosso lacca.
"Ho bisogno di te, stammi vicina" dice lui tutto d'un fiato, finalmente. Lei sussulta, perché non si aspettava lo scatto di lui. Non si aspettava la richiesta di lui. Non si aspettava una richiesta.

Nelle relazioni politicamente corrette non ci si domanda nulla, ci si serve. Il conto alla cassa.

"Ma non posso - dice debolmente lei, mentre lo schema della madre-amante-sacerdotessa riparatrice confligge mortalmente con lo schema amecipensoio - sai che ho quella cena organizzata per me, per il mio... libro...". La voce le muore, infatti. Altre cose muoiono, altre ancora lottano all'ultimo sangue, lei si sforza d'ignorare quel rumore di guerra civile.

"Sì, scusami, non fa nulla" dice lui, scostandosi. Fa talmente tanto, invece, che fugge le mani di lei. La punizione arriva a segno: lei inghiotte una spina che le blocca la gola, poi si protende verso di lui: "Vengo con te". Lo schema vincente si appropria del sistema simpatico e parasimpatico: lei tira un respiro profondo e rinuncia alla sua cena con un solo pulsare di vena, sulla tempia sinistra.
                                  
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Epilogo: lei passa la serata da sola, in un angolo, confinata nella sua condizione apparente di talismano e sostanziale di prigioniera. Lui si ciba felicissimo della vittoria per tutta la notte. Forse per diverse notti.

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A questo punto io mi chiedo: ma dov'è che bisogna fissare il Punto I delle relazioni? Anzi, i Punti I: Io e Io. Quando sono troppo vicini? Quanto lontano dovrebbero stare? E se uno dei due scivola dentro l'altro? Uscendone, chi si danneggerà di più? Continuando a starci, chi si farà più male?


ps: scritto dopo aver visto l'episodio nonsoquale di Sex and the city, con Carrie alle  prese col suo artista fané. Dovrebbero proiettarli a scuola, penso.

19/11/2004

ANNA

gomitolo di nomi, anzi di un nome


Anna.
Un nome interminabile: da anni ci stipo dentro cose, e c'è ancora posto. Da anni ci giro attorno, e non ne vedo i confini. Meridiani e paralleli vertiginosi vorticano dentro e fuori la sua superficie liscia e bianca.

C'è sicuramente un prato, e una scampagnata di almeno ottant'anni fa, quando mia nonna Anna saliva - piena di grazia - verso la gloria primaverile d'un mezzogiorno, ad una latitudine incalcolabile, più a Est dell'Occidente, più indietro della guerra, più avanti dello Stretto, nella Calabria remota e retroversa, la cuccia millenaria dell'animale che dorme nell'acqua bassa, voltandosi ogni tanto nel sonno, come nel 1908.


Nonna Anna aveva un vestito di mussolina bianca, denti abbaglianti, una smemoratezza divina sulle tempie delicate, attraversate da vene azzurre e sognanti. Non sapeva niente, non aveva visto se non l'orizzonte breve del paese, il circolo arancio del sole che cadeva dalla stessa parte ogni sera.

Nonna Anna aveva i vestiti neri di vedova, poi, e una treccia che girava tre volte attorno alla testa, sopra gli occhi che erano pieni d'acqua celeste.
Una volta le incontrai entrambe, e altre ancora: eravamo al cimitero, lei cambiava l'acqua e i fiori su una tomba. Era un incantesimo: quei gesti servivano a tenere il mondo al suo posto. Io vedevo lei, e poi me stessa sulla sua tomba, a ripetere l'incantesimo, e insieme vedevo lei passeggiare al braccio di se stessa, prima e dopo, sul prato fuori dal paese e nel cimitero cittadino sorvegliato da cipressi e angeli di cemento. Vedevo gli incantesimi che si ripetevano, come le sillabe, senza fine: non capivo, dove finiva il mio nome e cominciava il loro.

Ci ho fatto cadere centinaia di cose, in quel nome. Qualche volta ho scucito un punto, un po' dell'imbottitura è uscita fuori, l'ho rammendato malamente, ho fatto una bruciatura. C'è una macchia di sangue, in un angolo,e faccio sempre in modo che non si noti, ma io so che c'è: se mi guardano, lo spingo indietro, parlo a voce alta, muovo le mani per distrarre gli altri, tenerli lontani da quell'odore di ferro che io sento così bene.

La mia amica del cuore, da ragazzina, si chiamava Anna Patrizia, ma la chiamavano solo Patrizia: Anna era tutto il resto, ed era il nostro patto, il nostro segreto.
Ci incontravamo a metà di quel nome, ben celate agli occhi del mondo, e tutto poteva accadere. In realtà, avevamo solo il battito dei nostri cuori, lì dentro, ma lo prendevamo per il ritmo della terra, lo sentivamo come un suggerimento, una profezia, una scrittura diretta a noi due. Passavamo il tempo - distese all'ombra del nostro nome - a decidere cosa non saremmo state. Non saremmo mai state decorative, ragionevoli, tattiche. Non saremmo mai state azzurre, vigili, misericordiose. Non saremmo mai state caute, diplomatiche, longitudinali. Spostavamo col pensiero gli oggetti dentro il nostro nome, e credevamo che fosse un potere vero. Ma non funzionò mai più, da nessun'altra parte: la chiave non apriva alcuna porta, e il corridoio ci riportava sempre a noi stesse.

Ho spalancato le finestre, di quel nome. Alcune danno su luoghi appropriati, fruttuosi, confacenti. Altre sono cieche. Alcune sono solo dipinte sul muro, ma non sono quelle che amo di meno.

La mia migliore amica, ora, si chiama Anna. E' la cosa più profonda che condividiamo: un pezzo di anima della stessa sostanza del nostro nome. Qualcosa come un tocco, alla cieca, con invisibili polpastrelli. Uno sguardo senza essere visti, l'odore di una città, il sentimento del mare, il linguaggio segreto dei semi, lo strazio dei compassi necessari, l'esattezza e le lacrime. Sono tutte cose che ingombrano il nostro nome, e se non stai attento puoi dar loro un calcio, entrando. Ma sta' tranquillo: molte cose sono impalpabili, quasi tutte sono infrangibili.
A volte io trovo qualcosa, camminando al buio in un corridoio, e le dico: "Questo è mio o tuo?", e lei dice: "Tutti e due", ed è così. Allora apro un cassetto a caso, del nostro nome, e lo metto lì, dove potrò trovarlo più tardi, o lo troverà lei, prima o dopo.

Non lo nego: a volte avrei preferito un nome di consistenza cremosa, soleggiato, senza intercapedini. Un nome dove non c'è niente da scoprire, solo qualche ninnolo da spolverare.
Un nome al quale non rischi di bussare e sentire la tua stessa voce che chiede: "Chi è?".
Ma poi mi volto, sorrido, e busso, e mi sento chiedere: "Chi è?", e rispondo - in coro - "Anna".